Danilo Turinetto

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Gioia Baccega

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Isabella Antonioni

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È possibile cambiare il mondo? Spoiler: a questo servono le elezioni.

Guardando fuori dal finestrino, quando l’aereo prende il volo dal Cairo, si scorgono enormi distese di sabbia baciate dal sole. Mentre verso sud, lungo le sponde del Nilo, si intravedono due strette fasce di vegetazione, a nord il vasto delta del fiume si allarga per centinaia di chilometri nel punto in cui sfocia nel Mediterraneo fra Alessandria e Porto Said. A parte i monumenti faraonici e i quartieri residenziali lungo il Nilo, il Cairo presenta un paesaggio abbastanza desolante. È un immenso agglomerato di strade e di edifici per la maggior parte senza intonaco. Alessandria, con il suo passato cosmopolita, ha invece un altro fascino ma anche qui interi quartieri di edifici malsicuri (dappertutto ci sono cavi elettrici a vista che sembra che possano da un momento all’altro creare un corto circuito) danno la sconsolante impressione che sia tutto provvisorio e posticcio. All’opposto non c’è nulla di precario nelle persone. In Egitto storia e cultura hanno radici molto profonde.

Avevo terminato sei mesi di studio e stavo volando a Londra per terminare il corso universitario di lingua e cultura araba. Dal finestrino dell’aereo guardavo questo paesaggio e pensavo alla vitalità degli Egiziani che avevo conosciuto. Avevo passato interi pomeriggi a chiacchierare piacevolmente con le persone, con gli studenti e i professori all’università, nelle case della gente o per strada, a giocare a backgammon fuori dai fatiscenti bar, a cantare alle feste nunziali della gente comune, per la strada, e a vedere i ragazzi imitare le donne ballare la danza del ventre. Davvero a Londra, che pure conosciamo come il posto da cui nascono e si consolidano le mode, i generi musicali e le tendenze giovanili, non avevo mai visto tanta vivacità ed energia. Se solo ci fossero state condizioni materiali migliori, pensavo, cosa sarebbe potuto diventare l’Egitto?

Il contrasto fra il giallo oro del Sahara e i dolci declivi densi di vegetazione della Gran Bretagna di fine maggio non potrebbe essere più grande. L’aereo, nel giro di poche ore ti permette di passare da polvere, povertà e miseria ad eccesso, spreco e consumerismo sfrenato. Erano gli anni ottanta e in occidente la società scompariva, sotto la spinta di Thatcher e Regan, per cedere il posto all’individualismo incontrollato. Time is money – il tempo è denaro sembrava essere il dogma prevalente e non importa se, per raggiungere lo scopo o proteggere i tuoi interessi, sostituisci la gentilezza con l’arroganza. Avevo visto, qualche anno prima, come la stereotipata flemma inglese si era trasformata, in brevissimo tempo, in fervore nazionalista per sostenere la spedizione militare destinata a riconquistare le Falklands, le isole sperdute nell’oceano Atlantico di cui a nessuno importava un fico secco fino a quel momento. Il muro di Berlino sarebbe caduto da lì a poco ma era già chiaro che la globalizzazione (protetta anche militarmente se necessario) era il modello vincente. Il soft power era solo una questione di facciata. La mafia uno-punto-zero in fondo è nata proprio in Gran Bretagna con il sostegno di Elisabetta I alle imprese corsare di Sir Francis Drake nel corso del 500.

Pur circondato dall’ansia generale dell’arricchirti a tutti i costi (se poi non raggiungi l’obiettivo devi trovare qualcosa o qualcuno a cui dare la responsabilità del tuo fallimento) a Londra ritrovavo comunque le certezze di sempre. Avevo ritagliato i miei spazi ed ero continuamente stimolato dall’incontro di persone interessanti, oltre a crescere anche a livello professionale. Ma come trovare veramente la giusta collocazione fra il vivere in ansia permanente rispetto al futuro e l’atteggiamento di serafica rassegnazione della società islamica nell’accettazione supina del proprio destino essendo grati (e felici) di ciò che si ha nel presente? Se è vero che non c’è nulla di più seduttivo del vivere senza l’assillo di arrivare a fine mese, è anche vero che la capacità di contemplare il mondo va ben oltre lo star bene materialmente in quanto la vera felicità la trovi solo con l’impegno di andare oltre la superfice. Credo quindi che sia ovvio e scontato affermare che sta ad ognuno di noi il compito di trovare il proprio punto di tensione fra le due cose.

Tuttavia, il mondo oggi è molto cambiato. La ricchezza dei famosi-senza-un-vero-lavoro è molto più perniciosa per i giovani essendo ostentata a tappeto attraverso i canali social. Indubbiamente, se a livello personale, siamo liberi di tuffarci nel materiale oppure di cercare valori più profondi nello ‘spirituale’ (con o senza una ispirazione religiosa) a livello di società, accettare il nostro destino o cambiare le nostre sorti, è a dire il vero, una questione squisitamente politica. Come dice il mio compagno di lista Gianfranco Poli, la politica è l’arte del possibile ed è superfluo aggiungere che ciò si può solo fare attraverso decisioni prese in modo collegiale e democratico.

In Egitto le elezioni presidenziali sono una farsa e in molte altre parti del mondo neanche esistono. In occidente abbiamo questo diritto ma lo esercitiamo sempre meno convintamente. Eppure, come per la lotteria, se non compri il biglietto non puoi sognare di diventare miliardario, così per le elezioni, se non vai a votare non puoi immaginare di cambiare il mondo. Inoltre, se non voti con che faccia puoi lamentarti dopo?

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Salvatore Margaglione

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